11 gennaio 2018

Il morbo di quel tedesco là


Negli interstizi dei miei deliri, quando guardo mia mamma, mi capita di pensare a cosa possa aver scatenato il morbo.
Certo, l'Alzheimeir vien così, se te lo becchi te lo tieni, fine.
Epperò chissà magari ci potrebbe essere una relazione con un comportamento tenuto in vita che ne agevola l'insorgere.
E allora penso alle cose di cui mia mamma può avere abusato che, essenzialmente, sono due: i fritti e la chiesa.
Con questo non voglio dire nulla eh... né sfidare i guru della medicina e della ricerca.
Voglio solo dire fritti e chiesachiesa e fritti, poi fate voi.
Ci sta che uno due faccia male, forse anche tutti e due.

p.s. questo post non costituisce materiale medico ufficiale, in caso di sintomi persistenti consultare un medico, sempre che vi ricordiate.

8 gennaio 2018

Il Potere del Cane


Se sei in astinenza da Narcos non ti resta che buttarti su Don Winslow e su questo potente e sanguinoso romanzo (trad. G. Costigliola - 4,1 carver).
Ora un periodo di disintossicazione, poi magari attaccherò Il Cartello.

E forse questa è la cosa migliore che possiamo fare in questo mondo, pensa tra sé mentre si alza e ricomincia a innaffiare i fiori - curare il giardino e continuare a sperare che esista un Dio.

2 gennaio 2018

Obiettivi 2017 - consuntivo

(paella mista)


L'ho toppati di brutto, ma l'ultimo l'ho preso ;)

Ecco cosa mi prefiggevo e cosa ho combinato:
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     1 - Beccare 0 (zero) multe
Col cavolo, ne ho prese 2 per eccesso di velocità (Padova e Provenza)

     2 -Dimagrire 3 (tre) chili
Col cavolissimo, mi sa che li ho messi su invece (dall'otto dieta!)

     3 -Vedere 5 (cinque) serie TV
Ci sto lavorando (Stranger Things - Games of Thrones - Suits - OJ Simpson - Narcos)
     
     4 - Uscire 12 (dodici) volte con gli amici
Bonaaa... forse due o tre

     5 - Pubblicare 15 (quindici) rebus
Qui direi che ci siamo

     6 - Leggere 20 (venti) libri
Qui no, ma vicino

     7 - Cucinare 30 (trenta) nuovi piatti
No, forse una decina, la paella mista quello di più soddisfazione

     8 -Accarezzare 44 (quarantaquattro) gatti o cani
Qui dovremmo esserci

     9 - Vedere 50 (cinquanta) film
A naso no, direi più verso la metà

     10 - Scrivere 55 (cinquantacinque) post sulla Linea
Quasi, ma no

     11 - Fare 69 (sessantanove) volte l'amore
Macché

     12 - Correre/camminare per 2000 (duemila) chilometri
No, ma non mi lamenterei, almeno la metà li ho fatti.

     13 - Arrivare al 2018 (duemiladiciotto) da vivo
Beccato in pieno.

27 novembre 2017

Una cosa in cui sono bravo ma che non mi serve a nulla

Sarà capitato anche a voi di pensare quanto siete bravi a fare questo, a capire quello o a disimpegnarvi in quell'altro.
Nel mio caso c'è un'abilità che ho sviluppato quando da ragazzo saltavo in lungo, o forse l'avevo innata, non lo so. Si tratta della capacità di capire esattamente con che piede arrivo in un determinato punto.
Fate conto, cammino per strada e venti metri avanti a me c'è una pozzanghera, io so immediatamente e con estrema precisione quale sarà il mio piede che ci batterà davanti, se il destro o il sinistro.
Lo sento dentro - capite? -, c'è un momento preciso, camminando, che mi scatta questa cosa e realizzo (appunto intorno ai 20 metri, se è più lontano non funziona). E tutto senza accorciare o allungare in modo fraudolento la falcata.
Questo vale con una riga sul marciapiede, un oggetto, una crepa o qualsiasi riconoscibile segno posso andare a incrociare sul mio cammino: io riesco a capire quale mio piede si stamperà proprio lì davanti, come fosse la fettuccia ideale del salto in lungo.
Vedo tutti i grandi saltatori in atletica punteggiare i loro percorsi di rincorsa con dei segnalini da dove partire o da dove passare, a me non servirebbero.
Però come dicevo non è un'abilità che ci campi, nemmeno ti danno due spicci se ti metti a farlo in Piazza Signoria, ecco.
Ma nel mio intimo sono campione mondiale di sai dove ti batte il piede.

16 novembre 2017

Amici di pin

Una volta c'erano gli amici di pen, poi ci siamo involuti come nostro solito.
La mamma di Paola, la prima volta che vide la figlia ritirare soldi da un bancomat commentò così:
- Mah... vai a dirglielo a quelli del mondo di prima che da un muro esce i' sordi!
Perché quello fa un bancomat, ti dà i soldi. Fine.
Ma poi le cose son migliorate, nella nota ottica che il meglio è nemico del bene, e il bancomat ti offre - immagino e presumo - tutta una serie di succosi servizi accessori.
Fatto sta, c'era 'sto tizio ad armeggiare e io mi metto in coda, un po' di lato per non invadere la sua privacy, ma in una posizione visibile.
Mi ha visto arrivare, ma continua tranquillo, e ci mancherebbe, il bancomat è suo, c'è arrivato prima di me.
Pigia sui tasti che nemmeno Benedetti Michelangeli, fino a che gli esce una strisciata di carta lunga un paio di cento metri, probabilmente fedele diario di tutti i movimenti della vita dell'uomo, non lui in particolare, proprio l'uomo in generale.
Poi l'infernale prodigio gli sputa la tessera ma esso, l'uomo in particolare, non pago, la rinfila immantinente.
È li che comincia pure a parlarci con il macchinario, gli borbotta qualcosa che non capisco bene se sia una preghiera, un insulto o semplicemente un "Metti Insigne".
Poi pigia e guarda, quindi si leva gli occhiali si spiaccica sul monitor e osserva con un'espressione vagamente meravigliata il chissà cosa gli vien mostrato.
Smanetta per altri tre minuti buoni e parla e si confida e probabilmente piange sulla spalla del suo fidato amico di pin.
Poi se ne va - l'era l'ora! - ma tutto questo senza prelevare un dannato euro.
Ma si può passare la vita davanti a un bancomat? Pure la mamma di Paola, che non ne aveva mai visto uno, aveva capito da subito a cosa servisse rivolgersi a quella zona miracolosa di muro.
La solitudine è una brutta bestia - immagino e presumo - ma cristiodiddio pigliati magari un cane, fatti un amico immaginario, sarà sempre meglio di star lì a parlare con il bancomat.

30 ottobre 2017

E ridevo tutte le risa del mondo

- Tutùn - faceva la ruota del triciclo tutte le volte che prendevo la buchetta. E potete scommetterci che la prendevo a ogni giro attorno alla tavola, tanto ero diventato chirurgico.
Un ovale in perfetto stile Indy: davanti alla tivù, davanti all'acquaio, davanti alla cucina economica e - Tutùn  - davanti al focolare a completare il giro.
Non correre tu ti fai male, la mamma. E io acceleravo.
Non pigliare la buca con le ruote, il nonno. E io - Tutùn  - a ogni passaggio.
E ridevo tutte le risa del mondo, della mia genuina e infinita felicità. Non sarebbe più stato così, ma non lo sapevo di certo.
Tutùn  -, e il nonno dal canto del fuoco, con le sue lunghe braccia, si sporgeva cercando di acchiapparmi.
Allora sì che pedalavo via veloce: testa incurvata dentro alle spalle, sfrecciavo lontano, cullato dalle mie stesse risa e sospinto da quelle mani che non potevano prendermi mai.
Era un nonno di quelli di una volta, il nonno Gigi: tanti biscotti (*) sulle orecchie, poche parole e nessun moto esplicito d'affetto.

Era il tempo degli esami di terza media quando, un pomeriggio di giugno, mio padre mi prelevò da casa per portarmi a Careggi a vedere il nonno che ci stava lasciando, così disse.
Ma quello non era più il mio nonno: era un essere rinseccolito che succhiava l'aria da una grata e fissava il soffitto con uno sguardo acquoso e perduto.
E non lo salutai, niente, nemmeno mezza parola, solamente una carezza abbozzata, con la mia mano rinchiusa e guidata da quella di mio padre. E mi dispiace soprattutto per lui, per mio padre, che magari due parole in croce si aspettava che le inchiodassi, ecco.
- Tanto lo so, nonno, poi l'ho capito che facevi apposta a non pigliarmi, che ti credi?

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(*) tosc. Colpetto che si dà sul viso a qualcuno (o sulle orecchie, n.d.h.), per atto di scherzo o in segno di affettuosa confidenza, facendo scattare sul pollice l’indice o il medio (Treccani)

23 agosto 2017

Giulietta senza Romeo


Lei aveva gli occhi di una cerbiatta, ma davvero mica per dire.
Noi avevamo quindici anni ed eravamo tutti innamorati di lei, della Giulia, che se ti capitava di toccarle il culo dai jeans per le scale si arrabbiava sì ma anche un po' per finta, quasi per ruolo.
Aveva quella fruit a V rosa fucsia e noi che le tiravamo le matite dicendo me la prendi mi è caduta. E lei che si sporgeva dal banco senza farsi pregare e si piegava generosamente verso di noi regalandoci una sbirciata su un reggiseno di pizzo nero. E non l'avevamo mai visto un reggiseno indossato, di pizzo poi.
A fine anno suo padre - un impiegato di non so che banca che dio, o chi per lui, l'abbia in gloria - fu trasferito a Verona. Non a Campi Bisenzio, cristo, a Verona!
E lei, la Giulia, l'ultimo giorno di scuola ci portò delle sue foto, quasi fossero le cartoline già autografate con cui andavano in giro i vip nell'era del preselfie.
Io mi misi timidamente in coda e riuscii ad accaparrarmene una che Giulia accompagnò con un sorrisone, no che non sembrava così dispiaciuta di partire.
Erano foto dai formati più strani, forse ritagliate da altre più grandi, forse stampate artigianalmente. La mia era pure un po' sfocata, a dirla tutta.
Caro il babbo della mia Giulia, comunque grazie, che ti sei trasferito a Verona, magari per due palanche di più, e non c'è stato più verso di ritrovarla la tua benedetta figliola dagli occhi da cerbiatta, manco sul faccialibro manco.
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